Conseguenze dell’apostasia dall’Islam in Pakistan

Conseguenze dell’apostasia dall’Islam in Pakistan | Rapporto

La società è generalmente ostile nei confronti di coloro che rinunciano all’Islam (apostasia), e tale rinuncia è ampiamente considerata una forma di blasfemia. Molti convertiti al cristianesimo praticano la propria fede in segreto, poiché la conversione è considerata motivo di vergogna e un atto di tradimento nei confronti della propria famiglia e comunità. Alcuni subiscono emarginazione e limitazioni alla libertà di movimento, tra cui la sorveglianza e una sorta di “arresto domiciliare” imposto dalla propria famiglia, nonché la confisca dei libri religiosi utilizzati per il culto privato. È inoltre improbabile che i convertiti al cristianesimo possano frequentare una chiesa, a causa del timore di violenze da parte della società contro la comunità cristiana.

In Pakistan non esiste una specifica disposizione di legge che criminalizzi l’apostasia. Nel 2007 fu presentato in Parlamento un disegno di legge che prevedeva la pena di morte per gli uomini colpevoli di apostasia e l’ergastolo per le donne, ma la proposta non venne approvata. Ciononostante, alcuni studiosi ritengono che il principio secondo cui “una lacuna nella legislazione vigente debba essere colmata facendo riferimento alla legge islamica” potrebbe potenzialmente essere applicato al reato di apostasia.

Sebbene non siano stati individuati casi di persone effettivamente sottoposte a procedimento penale per apostasia, la conversione non è priva di conseguenze. È stato riferito che, qualora una coppia musulmana sposata si converta a un’altra religione, i figli della coppia potrebbero essere considerati illegittimi e diventare soggetti alla tutela dello Stato. Inoltre, secondo un rapporto, sebbene sia teoricamente possibile cambiare la propria religione abbandonando l’Islam, nella pratica lo Stato tenta di ostacolare tale processo.

I convertiti dall’Islam e gli atei possono inoltre essere esposti ai rischi derivanti dalle leggi pakistane sulla blasfemia, che prevedono l’ergastolo per chi profana o oltraggia il Corano e la pena di morte per chiunque utilizzi espressioni denigratorie nei confronti del Profeta Maometto. Non esiste una legge che vieti la conversione religiosa, ma la rinuncia all’Islam (apostasia) è ampiamente considerata una forma di blasfemia.

Il professor Javaid Rehman, docente di diritto, che ha esaminato “gli usi e gli abusi di determinate interpretazioni della Sharia e del Corano”, ha definito l’apostasia in una pubblicazione del 2010 del Centre for Crime and Justice Studies nei seguenti termini:

“L’apostasia (nota anche come Ridda) si verifica quando un musulmano, attraverso le proprie parole o azioni, rinuncia all’Islam e lo rifiuta. Il rifiuto o la critica dell’Onnipotente o del Suo Profeta sono percepiti come un insulto all’Islam, considerati offensivi e abitualmente ritenuti blasfemi. La blasfemia implica l’offesa a Dio o al Profeta Maometto e ad altre figure venerate nell’Islam e può essere commessa tanto dai credenti quanto dai non credenti. L’apostasia dall’Islam e la blasfemia contro l’Islam rimangono pertanto (e sono sempre rimaste) inaccettabili.”

In Pakistan non esiste una legge che vieti la conversione religiosa. Tuttavia, Shehryar Fazli, Senior Analyst e Regional Editor presso l’International Crisis Group (ICG), intervenendo a una conferenza sul Pakistan dell’Agenzia dell’Unione europea per l’asilo nell’ottobre 2017, ha dichiarato:

“Una persona che abbandona l’Islam per convertirsi a un’altra religione sarà accusata di apostasia.”

Nel gennaio e febbraio 2021, l’All Party Parliamentary Group for Pakistani Minorities ha condotto un’indagine sui rapimenti, le conversioni forzate e i matrimoni forzati delle persone appartenenti alle minoranze religiose in Pakistan, ascoltando numerosi soggetti interessati alla questione. Il successivo rapporto, che riassumeva le testimonianze e le prove raccolte, ha osservato che, sebbene non esista una legge contro la conversione religiosa:

“Se un musulmano o una musulmana cambia religione, viene emarginato dalla famiglia e dalla società e corre un rischio considerevole di essere incriminato ai sensi delle draconiane leggi pakistane sulla blasfemia.”

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