Malattia mentale, disabilità intellettiva e leggi sulla blasfemia in Pakistan

Persona vulnerabile con disabilità mentale coinvolta in un caso di blasfemia in Pakistan – immagine illustrativa

Disabilità mentale e blasfemia in Pakistan sollevano seri interrogativi sull’intenzione, sulla responsabilità penale e sulla tutela degli imputati più vulnerabili. Che cosa accade quando una persona accusata di aver deliberatamente offeso la religione potrebbe non essere pienamente consapevole del proprio comportamento?

Questa domanda si è posta ripetutamente nei procedimenti per blasfemia in Pakistan.

La Commissione Internazionale dei Giuristi (ICJ) ha documentato in modo specifico, tra i gravi problemi legati all’applicazione delle leggi sulla blasfemia in Pakistan, anche il perseguimento penale e la detenzione di persone con disabilità mentali.

L’intenzionalità è fondamentale

Il diritto penale distingue normalmente un comportamento deliberato da una condotta influenzata da una grave compromissione delle capacità mentali.

Questa distinzione assume un’importanza particolare quando le pene previste possono essere estremamente severe.

Una persona affetta da psicosi, deficit cognitivi o da un’altra grave condizione può:

  • esprimersi in modo incoerente;
  • comportarsi in maniera imprevedibile;
  • interpretare erroneamente materiale religioso;
  • non comprendere pienamente le conseguenze delle proprie azioni;
  • oppure non essere in grado di spiegarsi adeguatamente davanti agli investigatori.

Nessuna di queste circostanze dimostra automaticamente l’intenzione deliberata di offendere la religione.

Rimsha Masih

Il caso di Rimsha Masih attirò l’attenzione internazionale su questo problema, poiché diverse fonti descrissero la giovane cristiana accusata come una persona con difficoltà intellettive o dello sviluppo.

La sua particolare vulnerabilità avrebbe dovuto imporre la massima cautela.

Invece, si ritrovò al centro di una controversia nazionale estremamente delicata.

Capacità di comprendere il procedimento e dichiarazioni dell’accusato

Una compromissione delle capacità mentali può incidere anche sull’affidabilità di un’indagine penale.

La persona accusata è in grado di comprendere le domande?

È in grado di fornire al proprio avvocato le informazioni e le istruzioni necessarie per la difesa?

Comprende ciò che sta firmando?

È in grado di descrivere in modo attendibile ciò che è accaduto?

Queste domande dovrebbero trovare risposta prima che gli investigatori considerino le dichiarazioni della persona accusata come elementi di prova.

La rabbia pubblica non può sostituire una valutazione psichiatrica

Una folla non può effettuare una valutazione psichiatrica.

E nemmeno i social media possono farlo.

Una volta che un’accusa comincia a diffondersi, tuttavia, l’opinione pubblica può giungere alle proprie conclusioni prima ancora che la persona accusata venga esaminata da professionisti della salute mentale.

Si crea così una distanza potenzialmente mortale tra il giudizio dell’opinione pubblica e la realtà clinica.

Conclusione

La sensibilità religiosa non può eliminare la necessità di una corretta comprensione delle condizioni mentali della persona accusata.

Quando l’intenzionalità costituisce un elemento del presunto reato, la capacità mentale dell’accusato non rappresenta una questione tecnica secondaria.

Può essere un elemento centrale del caso.

Un sistema giudiziario rispettoso della dignità umana deve saper distinguere la volontà malevola dalla malattia e l’intenzione dall’incapacità.

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