Il ritorno sicuro dopo un’assoluzione per blasfemia in Pakistan può rimanere difficile o persino impossibile, anche quando un tribunale ha formalmente assolto l’imputato.
I tribunali rispondono a una domanda giuridica:
L’accusa ha dimostrato la colpevolezza dell’imputato?
Ma le persone accusate di blasfemia che vengono assolte si trovano spesso ad affrontare un’altra domanda, alla quale nessuna sentenza può rispondere:
Dove posso vivere in sicurezza adesso?
L’etichetta sopravvive al processo
Un precedente penale può essere cancellato o corretto.
È molto più difficile cancellare ciò che rimane nella memoria collettiva.
Per anni, il nome e il volto di una persona accusata possono comparire in:
- articoli di giornale;
- post sui social media;
- discorsi religiosi;
- video;
- fotografie.
Quando il tribunale finalmente assolve quella persona, la sentenza può ricevere molta meno attenzione rispetto all’accusa iniziale.
Asia Bibi
L’assoluzione di Asia Bibi da parte della Corte Suprema avrebbe dovuto, almeno in teoria, porre fine al suo calvario.
Invece, seguirono proteste.
La sua sicurezza continuò a rappresentare una seria preoccupazione.
Alla fine lasciò il Pakistan e si trasferì in Canada.
La sua assoluzione sul piano giuridico non rese possibile un ritorno sicuro al villaggio in cui aveva vissuto.
Salamat Masih
Salamat Masih sopravvisse a un attacco armato durante il procedimento giudiziario a suo carico.
Alla fine fu assolto.
Ma continuare a vivere in sicurezza in Pakistan si rivelò estremamente difficile e lasciò il Paese.
Che cosa significa realmente «trasferirsi all’interno del Paese»?
In teoria potrebbe sembrare semplice:
Trasferirsi a Karachi.
Trasferirsi a Lahore.
Andare a vivere in un luogo dove nessuno ti conosce.
Ma le tecnologie moderne rendono molto più difficile rimanere anonimi.
Le fotografie circolano online.
I nomi compaiono in articoli di giornale facilmente reperibili attraverso i motori di ricerca.
I documenti nazionali d’identità collegano le persone ai sistemi amministrativi ufficiali.
E anche i familiari possono continuare a essere identificabili.
Per un imputato il cui caso è diventato noto a livello nazionale, trasferirsi semplicemente in un’altra città non significa necessariamente eliminare il pericolo.
Anche le famiglie affrontano la stessa domanda
La persona accusata può essere assolta.
Ma che cosa accade:
- al coniuge?
- ai figli?
- ai genitori?
- ai fratelli e alle sorelle?
Se le minacce si estendono anche ai familiari, il trasferimento non è più un problema individuale.
Diventa un problema che coinvolge l’intera famiglia.
L’esilio come forma di protezione
Alcune persone accusate riescono infine a trovare sicurezza all’estero.
Ma la protezione internazionale non dovrebbe essere idealizzata.
Ricominciare la propria vita in un altro Paese può significare affrontare:
- una nuova lingua;
- la disoccupazione;
- l’isolamento culturale;
- la separazione dai propri familiari;
- le conseguenze psicologiche di ciò che si è vissuto;
- e una permanente incertezza sulla possibilità di tornare un giorno nel proprio Paese.
Il significato di una vera assoluzione
Un sistema giudiziario realmente efficace dovrebbe aspirare a qualcosa di più che liberare una persona innocente.
Dovrebbe anche proteggere la possibilità di quella persona di riprendere la propria vita.
Altrimenti, la condanna formale termina, mentre quella sociale continua.
Conclusione
La domanda finale in un caso di blasfemia non dovrebbe essere soltanto:
«L’imputato è stato assolto?»
Dovrebbe essere anche:
«Che cosa è successo dopo?»
È riuscito a tornare a casa?
Ha dovuto nascondersi?
I suoi figli sono potuti tornare a scuola?
Ha potuto lavorare?
Ha continuato a ricevere minacce?
Ha dovuto lasciare il Pakistan?
Queste domande mostrano la differenza tra la libertà sulla carta e la libertà nella vita reale.
Una persona assolta dai tribunali non dovrebbe essere costretta a scegliere tra la propria patria e la propria vita.
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