Giudici sotto minaccia: è possibile giudicare i casi di blasfemia senza paura?

Giudice minacciato durante un processo per blasfemia in Pakistan – immagine illustrativa

I giudici nei casi di blasfemia in Pakistan possono subire minacce e intimidazioni che mettono seriamente a rischio l’indipendenza giudiziaria e il diritto a un processo equo.

I giudici sono chiamati a decidere i casi sulla base delle prove e della legge.

Ma che cosa accade quando assolvere un imputato può mettere in pericolo il giudice stesso?

Questo è uno degli aspetti meno discussi dei procedimenti per blasfemia in Pakistan.

Intimidazioni all’interno del sistema giudiziario

La Commissione Internazionale dei Giuristi (ICJ) ha documentato molestie e minacce nei confronti dei giudici chiamati a occuparsi di procedimenti per blasfemia.

Alcuni giudici hanno riferito di aver ricevuto telefonate o lettere in cui venivano minacciate conseguenze qualora gli imputati fossero stati assolti.

Le stesse aule di tribunale possono trasformarsi in ambienti intimidatori quando ai procedimenti assistono folle ostili.

Il giudice Arif Iqbal Bhatti

Il giudice Arif Iqbal Bhatti partecipò alla decisione dell’Alta Corte di Lahore che assolse gli imputati cristiani Salamat Masih e Rehmat Masih.

Fu assassinato nel 1997.

Il suo omicidio rimase indissolubilmente legato ai pericoli che possono circondare le controverse sentenze nei casi di blasfemia.

Perché la paura dei giudici è importante

Nessuno deve necessariamente consegnare a un giudice un’istruzione scritta che dica:

«Condanni questo imputato.»

La paura, da sola, può alterare il corso della giustizia.

Un giudice conosce il clima che esiste fuori dall’aula del tribunale.

Un giudice ha una famiglia.

Un giudice legge le notizie sugli omicidi avvenuti in passato.

Questa pressione psicologica minaccia l’indipendenza della magistratura, anche quando non ne rimane alcuna traccia negli atti ufficiali del procedimento.

Corti d’appello e assoluzioni

L’esame delle sentenze pakistane condotto dalla ICJ ha rivelato un altro dato particolarmente significativo.

Tra 25 condanne ai sensi della Sezione 295-C esaminate dalla Commissione, le Alte Corti hanno assolto gli imputati in 19 casi.

Tra le motivazioni delle assoluzioni figuravano in modo rilevante irregolarità procedurali e denunce presentate in mala fede.

Ciò suggerisce che, in alcuni casi, un rigoroso controllo in sede di appello abbia permesso di correggere gravi problemi sorti nelle fasi precedenti del procedimento.

Conclusione

Un imputato non può beneficiare di un processo equo se il giudice non è realmente libero di dichiarare:

«Non colpevole.»

La tutela dell’indipendenza della magistratura richiede quindi molto più delle sole garanzie scritte nella Costituzione.

Giudici, pubblici ministeri e le loro famiglie hanno bisogno di misure di sicurezza efficaci.

Una sentenza pronunciata sotto la pressione della paura non può rappresentare l’ideale della giustizia.

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